Il significato di "peccato" - II parte

Il significato di "peccato" - II parte

Articolo pubblicato il 28/05/2020



L'idea di laccio, secondo Dario Sabbatucci, troverebbe riscontro nella concezione risalente all'epoca vedica secondo cui il trasgressore dello Ṛta («ordine cosmico») cade nei lacci di Varuna (l'avestico Ahura Mazdā).

È interessante notare che l'arte più tarda rappresenta Varuna quale divinità lunare e a cavallo del mostro marino, il Makara. In India proprio il cavallo, veicolo per eccellenza, ha una notevole importanza soprattutto nell'aśvamedha («il sacrificio del cavallo»), che è considerato il "re dei riti e il rito dei re" (RVI 162, 163) e che dura circa un anno.

L'animale viene tradizionalmente legato al palo sacrificale (yupa) e tre donne si fanno avanti lavandolo, ornandolo e cospargendolo di materia grassa. A questo punto il sacerdote rappresentante del dio del fuoco Agni, lo agnīdhra, si avvicina portando al cavallo una coppa col fuoco sacrificale. Numerosi animali sono poi attaccati con dei lacci ai pali sacrificali vicino al fuoco, mentre altri legati direttamente al cavallo stesso.

Il cavallo svolge anche un ruolo di primaria importanza nelle cerimonie sciamaniche (in quanto dotato di chiaroveggenza e conoscitore dell'altro mondo): nell'Asia centrale il tamburo rituale dello sciamano è spesso associato ad un animale (sovente il cavallo), psicopompo. Roberto Calasso ha opportunamente sottolineato il fatto che l'imitazione artificiosa degli animali e la conseguente trasformazione dell'uomo in predatore abbiano rappresentato una sorta di shock essenziale della preistoria. 

Indossare la pelle di un essere morto - o imitare l'animale stesso - ricorderebbe la gestualità tipica del cacciatore e dello sciamano i quali, nel travestirsi, "mimano" l'animale di riferimento. Con un comportamento che riguarda l'uomo tanto nel suo interno (mangiando la carne) quanto all'esterno (coprendosi di pelli), l'uccisione degli animali appare come una sorta di "peccato originale" dell'uomo verso la Natura.

Ma lo shock (o trauma) non è soltanto di tipo "fisico": vi è anche quello psicologico, non a caso gran parte della moderna ricerca della medicina complementare (e allopratica) attinge al concetto di trauma - donde spesso è nota e accertata la causa psicosomatica di molte malattie. Secondo la psicoanalisi di Freud, l'origine del cosiddetto "senso di colpa" risiederebbe proprio nel complesso di Edipo, in quanto da esso deriverebbe la possibilità di distinguere tra "buono" (bene) e "cattivo" (male). In seguito alla proibizione di possedere il corpo del genitore amato, ciò che è "buono" in un certo si muta in "male".

Quest'ultima osservazione legata al greco Edipo consente una riflessione sugli eroi omerici, per i quali non è tanto la colpa (o peccato) bensì la vergogna a sancire il decadimento e la perdita del ruolo di esemplarità. Nel mondo greco classico il peso sociale di un individuo o di un gruppo dipende così dalla timé (τιμή), l'«onore», che si riceve in base al proprio valore (aretè: ἀρετή).

 

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Achille benda Patroclo, Pittore di Sosia, ca. 500 a.C., Altes Museum, Berlino

 

In questo senso i grandi eroi omerici (come Achille, Aiace, Paride) non si preoccupavano particolarmente dei risvolti moraleggianti del proprio comportamento - la benda di Achille non è un "laccio che lega" bensì un legame che cura (diverso, per molti versi, dalle catene che cingevano Prometeo o Andromeda). Gli eroi sono spinti dal timore di perdere la "reputazione" della quale godono presso la collettività, e dal senso di vergogna (aidos: αἰδώς) che ciò determinerebbe. Al modello della civiltà omerica, cui viene spesso dato il nome di "civiltà della vergogna", è opposta la cosiddetta "cultura della colpa".

Ancora una volta, la polarità colpa/grazia è stata sottolineata da Roberto Calasso, per il quale in essa sarebbe possibile distinguere almeno due degli assi portanti attorno ai quali si svolge l'intera narrazione biblica: quello, appunto, della "colpa" (legato ad all'immagine di peccato) e quello della "grazia". Nel mondo cristiano la paenitenzia che consegue dalla prima (colpa) non riveste più il significato di antica "sanzione" ma viene sostituita dal pentimento (attraverso la confessione) e dall'abnegazione - più o meno manifesta - del Sé al fine di ottenere da Dio la remissione di tutti i peccati e scongiurare la dannazione eterna.

In tale sistema, la colpa costituisce una sorta di controllo sociale, invisibile legame che sfrutta la morale per scoraggiare atteggiamenti ritenuti scorretti o, al contrario, premiare i comportamenti ritenuti virtuosi. Così, con l'avvento del cristianesimo e della cosiddetta "società della colpa", una maggiore interiorizzazione della morale ha sfruttato proprio quella individuale ambendo ad un premio finale ottenuto mediante ad azioni "virtuose" o, addirittura, temendo punizioni "eterne".

Per concludere più liberamente, e ritornando al punto da cui si era partiti, in India, qui la riposta buddhista all'impermanenza del Sé implica la totale assenza dell'ansia esistenziale. Quest'ultima angoscia di vivere, infatti, è la tipica reazione legata ad un senso di colpa/peccato: una sorta di mascheramento dovuto in parte alla paura della morte (come assenza di Ego) e alla percezione del "vuoto". La cosiddetta "dottrina della vacuità" (Śūnyatā) non si esaurisce soltanto nello svuotamento dalle ansie dell'uomo, ma essa riguarda l'intera condizione esistenziale del divenire in un incessante processo di purificazione/catarsi (κάθαρσις).

 

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Ensō (円相), Shufu Taido (1776-1836)



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